Sopravvissuti

I primi vent’anni con lei li ho passati senza sapere che fosse una sopravvissuta, lo aveva rimosso. Perché quando subisci qualcosa di orribile, che ti uccide dentro, l’unica difesa è cancellare tutto, dimenticare e andare avanti. Ma qualcosa rimane sempre e, quando riaffiora, torni a morire.

È successo. Otto anni fa è tornato tutto e, per sopravvivere, lo ha raccontato a me. E io ho iniziato a morire dentro.

Ogni notte un incubo, ognuno dei quali restituiva un po’ di vita a lei e ne toglieva un pezzetto a me. Perché io ero lì, accanto a lei, ed era come rivivere quel maledetto giorno al posto suo. Ogni notte, per mesi. Mentre lei tornava a dimenticare, io mi logoravo al pensiero di quello che le era accaduto, oltre che soffrire per ciò che faceva ogni giorno pur di raggiungere il suo obiettivo. Perché l’istinto di sopravvivenza è egoista: “Mors tua vita mea”.

Alla fine lei è sopravvissuta al suo dramma per la seconda volta, io ai suoi incubi, per la prima. E vorrei dire che ormai tutto è finito, ma mentirei. La vita va avanti e, per carità, non mi lamento, ma prosegue da sopravvissuti che, ogni tanto, rischiano di morire, ancora, salvo poi “sopravvivere” nuovamente.

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Ho freddo 

Ti scrivo perché, anche oggi, non so se riuscirò a dirti tutto quello che ho dentro senza scoppiare in lacrime. Non che mi vergogni di piangere davanti a te, ma non ho più intenzione di versare lacrime per lei.
Ti scrivo perché, tra poco, alla tua solita domanda su come mi è andata la settimana, ti risponderò: “tutto bene”. E quando mi chiederai se ho pensato a lei, esordirò con il consueto: “sempre meno”.
Ma la verità è che non ho mai smesso di pensare a lei.
Ci penso continuamente, al punto che, anche quando penso ad altro, penso comunque a lei.
Penso a lei anche quando non penso a niente.
Ogni istante delle mie giornate è accompagnato dalla sua immagine, dalla sua voce, dal suo respiro, dal suo odore, dal suo sapore.
La volta scorsa ti ho confidato la mia speranza di poter costruire almeno un rapporto di amicizia con lei, e tu mi hai detto che devo rispettare i suoi tempi.
Mi hai spiegato che la sua indifferenza e il suo rifiuto, sono inevitabili come lo scorrere delle stagioni. E finché io continuerò ad oppormi all’inverno, non potrò sperare che arrivi una nuova estate.
Lo sto facendo sai? Sto facendo in modo che il gelo dell’inverno arrivi e faccia il suo corso.
Ma ho paura di non farcela, perché il mio inverno, in realtà, è iniziato un anno fa e non è ancora finito.
E io ho freddo, tanto freddo.
Vedo intorno a me pareti di ghiaccio e mi sento come imprigionato in un limbo. In bilico tra i tormenti di una vecchia vita che non voglio più, e l’ossessione di una nuova, che non ha voluto me.
E ho freddo.

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Etimologia di un BastArdo

Il nickname, o pseudonimo, è ormai una necessità per tutti.

C’è chi lo sceglie a caso, chi si ispira ai suoi idoli, chi lo cambia spesso, chi si diverte ad averne più di uno.
C’è chi usa il proprio nome “perché ci tiene” e chi no, “perché preferisce non farsi riconoscere”.

Personalmente, preferisco restare anonimo ma riconoscibile nel contesto virtuale. Per questo motivo, il mio nickname nasce tutt’altro che a caso.

L’etimologia di BastArdo è molto complessa e affonda le sue radici nella mia infanzia, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Vi ricordate Totò in “Siamo uomini o caporali”? Ecco, anch’io, come lui, “l’umanità l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e bastardi. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei bastardi, per fortuna, è la minoranza”.

Ovviamente, io faccio parte della prima categoria e, come Totò, da sempre subisco ingiustizie e vessazioni da parte dei bastardi.
Perché i bastardi sono dappertutto: fra gli amici, sul lavoro, per strada e anche in famiglia.

Bastardo, è quello che ti picchia a scuola e, contemporaneamente, si mette con la tua amica del cuore che, puntualmente, ti abbandonerà per amor suo (bastarda).

Bastarda è tua madre, che per tutta la vita ha pensato solo a se stessa e ora vorrebbe le attenzioni e l’affetto che lei non ti ha mai dato.

Bastardo è il compagno/fratello di naja al quale chiedi di farti da testimone. Ma lui il giorno del tuo matrimonio non verrà.

Bastarda è tua moglie, che pretende che tu torni ad amarla di quell’amore che lei non ti ha mai dato e mai ti darà.

Bastarda è la tua stessa vita, che non ti da niente e si prende tutto. Come se non bastasse già la morte…

Bastarda è la morte che… come se non bastasse già la vita… viene quando meno te l’aspetti, presentandoti il conto da pagare.

Bastardo sei anche tu, che ti piangi addosso fingendo un’innocenza che… credimi… non hai.

Forse mi sono sbagliato, forse non esistono categorie, forse siamo tutti un po’ uomini e un po’ bastardi.

Forse, questo nick un po’ me lo merito.

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Acqua e sale

Parole…
Parole che non vorresti mai dire, che fanno male.
Parole che provengono dal profondo dell’anima, da quel lato oscuro chiamato “rabbia”.
Parole che la ragione non concepisce, rifiuta, respinge. Ma lei, la rabbia, è più forte, e vince.
Nel preciso istante in cui le pronunci, sei già pentito di averlo fatto, ma lo fai, le urli, e feriscono, colpiscono dritto al cuore di chi ha ferito te.
Occhio-per-occhio-dente-per-dente. Perché l’amore è anche odio e l’odio genera vendetta. Ma la vendetta non può far parte dell’amore.
Perché amore e vendetta sono come acqua e sale, che insieme si uniscono perfettamente, invisibilmente, indissolubilmente. Ma il sale rende l’acqua imbevibile, così come la vendetta rende l’amore impossibile.
In amore, o perdoni o smetti di amare, e in entrambi i casi ci vuole tanto, tanto coraggio.
Invece la vendetta no, la vendetta è vile.

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Alla fine lei ha scelto me, e io dovrei essere felice, e forse un po’ lo sono.

Alla fine lei ha scelto me, e tu dovresti essere incazzato, e forse un po’ lo sei.

Una busta bianca, niente francobollo, niente indirizzo. Solo il mio nome e cognome. Ho riconosciuto subito la tua calligrafia, l’avevo vista tante volte, di sfuggita, spiando furtivamente fra le sue cose.
Non mi ha sorpreso la lettera, prima o poi me l’aspettavo, ma il contenuto sì. Credevo di dover leggere minacce, rabbia, sfide a singolar tenzone. E invece, con una delicatezza che mi ha commosso, hai espresso il tuo amore per lei, il tuo dolore per la scelta che ha fatto, la tua apprensione per quel suo lato oscuro che, pur non sapendo, hai avvertito e ti preoccupa. Poi ti sei congedato, scusandoti per l’invadenza, senza lasciarmi un indirizzo, o un numero di telefono. Peccato, perché avrei tanto voluto contattarti, parlare con te, cercare di spiegarti, raccontarti di quel suo lato oscuro.
Se tu sapessi, forse capiresti, comprenderesti il perché di questo “bacio per tre” che ha sconvolto la nostra vita.

Sono un uomo tradito. In quanto tale dovrei provare rabbia profonda per lei e odio, tanto odio, per te. Ma non ci riesco, riesco solo a invidiare il tuo coraggio. Perché prendere carta e penna e aprire il tuo cuore a me, credimi, è da coraggiosi.
Vorrei che tu avessi il coraggio di non sparire, vorrei che tu avessi la forza di trasformare il grande amore che provi per lei in amicizia… ma forse questo è troppo anche per te.

Grazie per non avermela portata via, avresti potuto, in parte ce l’hai fatta, un pezzo del suo cuore sarà per sempre tuo. Ne sono consapevole. Te lo meriti. Me lo merito.

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Buffo il destino…

Buffo il destino…
imprevedibile, crudele.

Buffo il destino…
come un bambino, agisce senza preoccuparsi delle conseguenze, fa quello che deve con innocenza e inconsapevolezza, con candore e crudeltà.

Buffo il destino…
come quella sera… una come tante… quando eravamo ancora una famiglia felice.
Una famiglia nata da un matrimonio prematuro, ma per nostra scelta; con due figli avuti troppo in fretta, ma per nostra scelta; abitudinari e pantofolai, ma per nostra scelta.

Buffo il destino…
che quella sera… una come tante… mi fece ascoltare quella canzone.
Quella canzone era poesia. Rimasi rapito da quelle parole che sentivo anche mie.
Non vinse, arrivò ultima.
Fu un’ingiustizia, era poesia.

Una sera come tante…

Buffo il destino…

Loro poi “spaccarono” veramente.
Lo dicevo io che era poesia.

Buffo il destino…
che prende tre anime e le scaraventa in un cespuglio di rose, tra gioie e tormenti; tra fiori che inebriano i sensi e spine che graffiano il cuore.

Buffo il destino…
che ci ha legati insieme col filo spinato, stretti al punto che nessuno di noi tre potrà fuggire, senza infliggere sofferenza agli altri due.

Buffo il destino…
e ancor più buffo è che lo creiamo noi… Noi, vittime e artefici della nostra vita.

Buffa la vita…

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Vite spezzate

Voi lo sapete cosa significa per una donna subire una violenza sessuale?

Avete la più pallida idea delle conseguenze devastanti a cui va incontro la vittima di tale gesto?

Dopo essere stata stuprata, una donna pensa solamente a una cosa: Perchè? Cosa ho fatto di male? Perchè proprio a me?

A queste domande riuscirà a darsi presto delle risposte, purtroppo per lei sbagliate, e si convincerà che è stata colpa sua. Perché era troppo provocante, non doveva mettere quella gonna, e le unghie… le unghie smaltate di rosso… colpa delle unghie… e poi la camicia, era troppo scollata, e il rossetto, era troppo rosso.

Nove volte su dieci una donna stuprata rinuncia a denunciare il porco che ha abusato di lei. Alle poche che vorrebbero farlo, spesso viene consigliato di desistere, in nome “dell’onore della famiglia”, o altre sciocchezze simili. A volte sono gli psicologi stessi a consigliare di non denunciare. Molti di loro infatti pensano che ci sono soggetti che non riuscirebbero a sopportare gli interrogatori, i confronti, le testimonianze, le domande, i tentativi di addossare la colpa sulla vittima. E ahimè, spesso non hanno tutti i torti.

Una donna stuprata, superato lo shock iniziale, si chiude in se stessa e vive nei sensi di colpa. Se non lo fa lei ci pensa la società, una società gretta e antiquata, irrimediabilmente schiava del maschilismo, che la opprime da millenni.

Una ragazza violentata verrà etichettata come “la puttanella del paese”. Quella che: “se l’è meritato di essere violentata, così impara a mettere quelle minigonne”. Quella che: “quei ragazzi sono stati provocati, è stata lei ad attirarli laggiù”.

Una donna violentata verrà descritta come “quella che metteva le corna al marito”. Oppure per “quella che a furia di scopare con cani e porci, ha trovato finalmente pane per i suoi denti”.

Una giovane donna stuprata non riuscirà mai più ad avere un rapporto “normale” con un uomo. Certo, probabilmente si sposerà e avrà dei figli. Si comporterà da brava mamma e sarà una moglie perfetta. Ma presto o tardi riaprirà gli occhi e si troverà di fronte nuovamente quel viso, quegli occhi. Sentirà nuovamente quella mano sulla bocca, per non farla urlare. Sentirà il bruciore degli schiaffi, il dolore delle percosse, il terrore delle minacce. E quando tutto questo succederà, le crollerà tutto addosso, e distruggerà tutto quello che era riuscita a costruirsi, in difesa di quel maledetto ricordo. Se sarà fortunata, se chi le sta’ accanto avrà la forza di capire e sostenerla, forse col tempo riuscirà a ricacciare dentro quell’incubo, ancora per un po’, giusto il tempo di morire. Perchè uno stupro non si supera mai, ti rovina la vita, per sempre.

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Una donna per amico

Io gli uomini non li capisco.
Sono limitati, mancano di sensibilità, ragionano spesso coi coglioni e poco col cervello.
Come dite? Anch’io sono un uomo? Sì, sono un uomo. Ho un apparato genitale maschile, molti peli, poche tette e mi piace la patata. Sì, sono decisamente un uomo.
Parafrasando il bel Renè Vallanzasca, potrei aggiungere che “non è che mi sento donna, ho solo il lato femminile un po’ pronunciato”.

Amo le donne, voglio stare fra di loro e vorrei essere come loro.
Se devo andare da un medico, preferisco che sia donna.
Se devo andare dallo psicologo, lo voglio donna,
Sul lavoro vorrei avere a che fare solo con donne.
Quando sono in compagnia, mi isolo dagli uomini e mi infilo nel gruppo delle donne.
Leggo solo riviste femminili.
I miei migliori amici sono donne.

Essere uomo e contemporaneamente misandrico non è facile, a volte odio anche me stesso.
Per me le donne hanno sempre ragione, e di conseguenza anch’io ho torto.
Ma non chiedetemi se voglio più bene alla mamma o al papà, la mia risposta potrebbe deludervi.

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